Come si rilancia un’azienda in cinque mosse? Ce lo racconta Jaime d’Alessandro

Volete sapere se la vostra azienda ha qualche speranza di uscire dalla crisi? Per prima cosa osservate se rispecchia la descrizione di “Azienda con futuro” tracciata da Jaime D’Alessandro, giornalista esperto di nuove tecnologie, nell’articolo del 23 agosto sul Venerdì di Repubblica: se la risposta è sì siete sulla buona strada.

Per d’Alessandro l’azienda che può sopravvivere alla crisi funziona così:
1. La struttura non ha più di tre livelli gerarchici
2. Le persone che lavorano in azienda non sono tutte sostituibili ma devono esserci le persone giuste, nel posto giusto, al momento giusto
3. Il lavoro non è essere basato sull’orario ma sull’obiettivo da raggiungere
4. Per i dipendenti non c’è bisogno di recarsi ogni giorno in ufficio ma si può lavorare anche da casa grazie a internet e alle nuove tecnologie
5. I processi decisionali non sono solo calati dall’alto ma possono partire anche dal basso

Un’utopia? No, un cambiamento necessario che riguarderà non solo per le aziende più giovani e più dinamiche che riescono ad adattarsi facilmente alle nuove modalità di lavoro, ma coinvolgerà necessariamente anche le grandi imprese.

La ricetta per uscire dalla crisi fornita da D’Alessandro è ampiamente sostenuta dai dati della ricerca realizzata dallo Studio Giaccardi per Assintel Digitale (l’associazione delle imprese legate alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione di Confcommercio). L’indagine ha fotografato per la prima volta il mondo delle aziende digitali in Italia: “sono formate in media dalle 15 alle 17 persone, fondate nel 58% dei casi da laureati e hanno organizzazioni flessibili, liquide, completamente diverse da quelle tradizionali”. Attenzione a non pensare che siano solo poche eccezioni, perché in realtà rappresentano già il 3,9% del Pil, pari a 54 miliardi l’anno e impiegano oltre 900.000 persone. Ma soprattutto: nonostante la crisi crescono nel numero (+9,3% nel triennio nero fra 2009 e 2012), nel numero di addetti (+13,7%) e con un futuro in crescita (il giro di affari aumenterà fra gli 11 e 17 punti percentuali per il 2013).

Insomma, “ormai la gerarchia funzionale ha fatto il suo tempo” e anche i giganti come Microsoft Italia l’hanno capito. Luca Valeri, capo delle risorse umane di Microsoft Italia, racconta che dal 2009 l’azienda ha iniziato a mettere in campo riforme importanti come la Job rotation che consiste nel cambiar mansione ogni tre o quattro anni convinti che “non ci si evolve facendo sempre la stessa mansione e succedendo al proprio capo ma si impara facendo mestieri diversi all’interno della medesima azienda compensando l’inesperienza con l’entusiasmo”. Come spiega nell’articolo Roberto Panzarani, docente di Innovation Management presso l’Università Cattolica di Milano, “le aziende del futuro sono reti di capitale umano” e la responsabilizzazione e il merito sono fra le poche armi a disposizione per cambiare davvero.

Per le aziende giovani sarà sicuramente un cambiamento più facile, ma c’è speranza per tutti: già cinquant’anni fa alla Olivetti si era capito che l’azienda non era un puro organismo economico, ma un organismo sociale che migliorava la vita di chi contribuiva alla sua efficienza e al suo sviluppo; non a caso la divisione del personale era affidata a Ottiero Ottieri, scrittore e sociologo.

Quel che conta dunque non è l’età, ma la testa. Ed è proprio di questo che discuteremo con D’Alessandro il 24 ottobre a Ravenna Future Lessons.